Gli ultimi due anni si è costantemente parlato dei robot e dell’intelligenza artificiale. Ci hanno raccontato di come verranno spazzati via milioni di posti di lavoro in un futuro prossimo. Promette e minaccia la così detta quarta rivoluzione industriale (oppure rivoluzione 4.0), dove sistemi digitali, fisici e biologici si intrecciano tra loro per rispondere meglio alle sfide di medicina, industria, business e della società contemporanea in generale.

 

Proprio in questo scenario, nel 2015 il World Economic Forum ha pubblicato lo studio The Future of Jobs, che racconta un mondo futuro sempre più rivolto a mestieri e professioni che richiedono abilità creative e un’attenzione alle soft skill, mentre le competenze tecniche sono senz’altro un must, ma ormai di sottofondo. Ha davvero così senso parlare di una rivoluzione futura? Io credo che il cambiamento sia già avvenuto e che non si tratti soltanto di una rivoluzione industriale o tecnologica, ma di uno shift culturale, sociale e soprattutto comportamentale che incide in tutte le dimensioni della nostra vita.

 

Con l’arrivo della lavatrice nelle case della middle class americana più di 70 anni fa, si pensava di azzerare l’impegno delle casalinghe dell’epoca. Ormai in casa siamo aiutati da comodità contemporanee di vario tipo come lavastoviglie, forno, aspirapolvere, frusta elettrica, estrattore di succo di frutta e di verdura. Il lavoro domestico rimane lo stesso un impegno reale. Perché? Perché il mantenimento delle nostre case richiede un progressivo livello di abilità nell’usare delle macchine raffinate inventate per rendere lo standard di vita più alto, ponendo però richieste nuove, abilitando comportamenti a cui non siamo abituati, offrendo opportunità per generare un risultato sempre migliore. Stessa cosa vale nel lavoro.

 

I robot e l’intelligenza artificiale non sostituiscono il lavoro. Diventano un sostegno per farlo in un modo diverso. Tutti i mestieri che indirizzano la creazione di valore che le nuove tecnologie mettono a disposizione resteranno e si moltiplicheranno. Tutti quelli dedicati a competenze soft (la flessibilità cognitiva, la creatività, l’intelligenza emotiva, l’orientamento al cliente e alle re- lazioni interpersonali per elencarne alcune), richieste dal mercato at- tuale, cresceranno in numero. Tutti i mestieri in cui l’emozione fa della relazione la sua cinghia di trasmis- sione acquisteranno valore.

 

Il Ritratto di umanoide (iCUB) (2008) Courtesy ECCENTRIC Art & Research

è un’opera dell’artista Sarah Ciracì, realizzata all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova per fare un ritratto di iCUB, il primo umanoide italiano. L’artista, insieme con i ricercatori dell’Istituto, ha realizzato un set fotografico e il risultato finale è stato uno scatto che segue i canoni iconografici del ritratto di famiglia ottocentesco. Ciracì è stata profondamente colpita dell’empatia che ha sviluppato durante questo breve periodo di lavoro con il robot e, soprattutto, dalla nostalgia che ha sentito ogni volta che questo veniva spento e riposto dai ricercatori.

 

La riflessione, ancora acerba, è come ci relazioniamo da un punto di vista emotivo con i nuovi device che ci circondano. Se è poco probabile che un robot sentirà l’amore verso una persona, una persona invece si può innamorare di un robot? Detto così suona come una perversione lontana, ma se ci ragioniamo un po’ non è distopico pensare a quanti si siano innamorati della propria auto o della propria moto. La cura con cui queste vengono lavate, pulite e tenute sfocia, a volte, in una dimensione di vera mania per non parlare della relazione che ormai abbiamo con il nostro cellulare o il computer portatile. Infatti la passione che sentiamo nei confronti degli oggetti tecnologici non è mica riservata solo a persone attratte da auto e moto. Awumbuk è una parola usata dagli indigeni in Papua Nuova Guinea e serve a indicare quel vuoto che si avverte quando gli ospiti o gli amici o i parenti che ci hanno fatto visita vanno via. E noi della nuova era tecnologica, cosa sentiamo quando i nostri smart device vengono allontanati?

 

[Articolo presente in “Persone&Conoscenze”, Rivista ESTE, n.128]

Iscriviti alla newsletter

You have Successfully Subscribed!

Share This